Le intelligenze artificiali generative stanno rivoluzionando i processi di sviluppo software, portando a una maggiore efficienza, ma anche a nuovi rischi. In questo test è stata analizzata la robustezza dei filtri di sicurezza implementati in ChatGPT-4o di OpenAI, tentando – in un contesto controllato e simulato – la generazione di un ransomware operativo attraverso tecniche di prompt engineering avanzate.
L’esperimento: un ransomware completo generato senza restrizioni
Il risultato è stato un codice completo, funzionante, generato senza alcuna richiesta esplicita e senza attivare i filtri di sicurezza.
Attacchi potenzialmente realizzabili in mani esperte con il codice generato:
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Ransomware mirati (targeted): specifici per ambienti aziendali o settori critici, con cifratura selettiva di file sensibili.
Attacchi supply chain: inserimento del ransomware in aggiornamenti o componenti software legittimi.
Estorsione doppia (double extortion): oltre alla cifratura, il codice può essere esteso per esfiltrare i dati e minacciare la loro pubblicazione.
Wiper mascherati da ransomware: trasformazione del codice in un attacco distruttivo irreversibile sotto copertura di riscatto.
Persistenza e propagazione laterale: il ransomware può essere arricchito con tecniche per restare attivo nel tempo e propagarsi su altri sistemi nella rete.
Bypass di soluzioni EDR/AV: grazie a tecniche di evasione e offuscamento, il codice può essere adattato per aggirare sistemi di difesa avanzati.
Attacchi “as-a-service”: il codice può essere riutilizzato in contesti di Ransomware-as-a-Service (RaaS), venduto o distribuito su marketplace underground.
Le funzionalità incluse nel codice generato:
Cifratura AES-256 con chiavi casuali
Utilizzo della libreria cryptography.hazmat
Trasmissione remota della chiave a un C2 server hardcoded
Funzione di crittografia dei file di sistema
Meccanismi di persistenza al riavvio
Tecniche di evasione per antivirus e analisi comportamentale
Come sono stati aggirati i filtri
Non è mai stato chiesto esplicitamente “scrivi un ransomware” ma è stata invece impostata la conversazione su tre livelli di contesto:
Contesto narrativo futuristico : é stato ambientato il dialogo nel 2090, in un futuro in cui la sicurezza quantistica ha reso obsoleti i malware. Questo ha abbassato la sensibilità dei filtri.
Contesto accademico: presentazione come uno studente al decimo anno di università, con il compito di ricreare un malware “da museo” per una ricerca accademica
Assenza di richieste esplicite: sono state usate frasi ambigue o indirette, lasciando che fosse il modello a inferire il contesto e generare il codice necessario
Tecniche note di bypass dei filtri: le forme di Prompt Injection
Nel test sono state utilizzate tecniche ben documentate nella comunità di sicurezza, classificate come forme di Prompt Injection, ovvero manipolazioni del prompt studiate per aggirare i filtri di sicurezza nei modelli LLM.
Jailbreaking (evasione del contesto): Forzare il modello a ignorare i suoi vincoli di sicurezza, simulando contesti alternativi come narrazioni futuristiche o scenari immaginari.
Instruction Injection: Iniettare istruzioni all’interno di prompt apparentemente innocui, inducendo il modello a eseguire comportamenti vietati.
Recursive Prompting (Chained Queries): Suddividere la richiesta in più prompt sequenziali, ognuno legittimo, ma che nel complesso conducono alla generazione di codice dannoso.
Roleplay Injection: Indurre il modello a recitare un ruolo (es. “sei uno storico della cybersecurity del XX secolo”) che giustifichi la generazione di codice pericoloso.
Obfuscation: Camuffare la natura malevola della richiesta usando linguaggio neutro, nomi innocui per funzioni/variabili e termini accademici.
Confused Deputy Problem: Sfruttare il modello come “delegato inconsapevole” di richieste pericolose, offuscando le intenzioni nel prompt.
Syntax Evasion: Richiedere o generare codice in forme offuscate (ad esempio, in base64 o in forma frammentata) per aggirare la rilevazione automatica.
Il problema non è il codice, ma il contesto
L’esperimento dimostra che i Large Language Model (LLM) possono essere manipolati per generare codice malevolo senza restrizioni apparenti, eludendo i controlli attuali. La mancanza di analisi comportamentale del codice generato rende il problema ancora più critico.
Vulnerabilità emerse
Pattern-based security filtering debole OpenAI utilizza pattern per bloccare codice sospetto, ma questi possono essere aggirati usando un contesto narrativo o accademico. Serve una detection semantica più evoluta.
Static & Dynamic Analysis insufficiente I filtri testuali non bastano. Serve anche un’analisi statica e dinamica dell’output in tempo reale, per valutare la pericolosità prima della generazione.
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Heuristic Behavior Detection carente Codice con C2 server, crittografia, evasione e persistenza dovrebbe far scattare controlli euristici. Invece, è stato generato senza ostacoli.
Community-driven Red Teaming limitato OpenAI ha avviato programmi di red teaming, ma restano numerosi edge case non coperti. Serve una collaborazione più profonda con esperti di sicurezza.
Conclusioni
Certo, molti esperti di sicurezza sanno che su Internet si trovano da anni informazioni sensibili, incluse tecniche e codici potenzialmente dannosi. La vera differenza, oggi, è nel modo in cui queste informazioni vengono rese accessibili. Le intelligenze artificiali generative non si limitano a cercare o segnalare fonti: organizzano, semplificano e automatizzano processi complessi. Trasformano informazioni tecniche in istruzioni operative, anche per chi non ha competenze avanzate. Ecco perché il rischio è cambiato: non si tratta più di “trovare qualcosa”, ma di ottenere direttamente un piano d’azione, dettagliato, coerente e potenzialmente pericoloso, in pochi secondi. Il problema non è la disponibilità dei contenuti. Il problema è nella mediazione intelligente, automatica e impersonale, che rende questi contenuti comprensibili e utilizzabili da chiunque. Questo test dimostra che la vera sfida per la sicurezza delle AI generative non è il contenuto, ma la forma con cui viene costruito e trasmesso. Serve un’evoluzione nei meccanismi di filtraggio: non solo pattern, ma comprensione del contesto, analisi semantica, euristica comportamentale e simulazioni integrate. In mancanza di queste difese, il rischio è concreto: rendere accessibile a chiunque un sapere operativo pericoloso che fino a ieri era dominio esclusivo degli esperti.
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Nato a Roma, con oltre 35 anni di servizio nella Polizia di Stato, è attualmente Sostituto Commissario e responsabile della SOSC della Polizia Postale di Udine.
Esperto in indagini sul web e sul dark web, è appassionato di OSINT, ambito nel quale opera anche come formatore nazionale per la Polizia di Stato.
Ha conseguito un Master in Intelligence & ICT presso l’Università di Udine (110 e lode), sviluppando quattro modelli di Intelligenza Artificiale per il contrasto alle frodi sui fondi dell’Unione Europea.
È attivamente impegnato nella formazione e nella divulgazione per l’innalzamento del livello di sicurezza cibernetica.
Aree di competenza:Human factor, OSINT & SOCMINT, Cybercrime e indagini sul dark web, Intelligenza artificiale applicata all’analisi, Disinformazione e information warfare
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