Dopo che gli Stati Uniti hanno deciso di limitare l’accesso ai cavi di comunicazione sottomarini con tecnologia cinese, anche il Giappone ha avviato un piano di ispezione dei propri collegamenti. L’indagine punta a verificare se, nella posa e manutenzione delle infrastrutture, siano stati utilizzati componenti chiave provenienti dalla Cina.
Secondo quanto riportato da Nikkei Asia, il controllo sarà completato entro marzo 2026 e riguarderà cavi, ripetitori e sistemi di controllo. Qualora si accertasse l’impiego di fornitori cinesi, il governo giapponese incoraggerà le aziende a rivolgersi ad altri mercati, valutando possibili sussidi per sostenere i maggiori costi.
Il mercato mondiale dei cavi sottomarini è dominato da SubCom (Stati Uniti), NEC (Giappone) e Alcatel Submarine Networks (Francia), che insieme detengono la quasi totalità della quota globale. Dal 2008 si è aggiunta la cinese Huahai Telecommunications Technology, portando i quattro attori principali a produrre e installare circa il 98% dei cavi mondiali.
Il Giappone, che dipende dai cavi sottomarini per il 99% delle comunicazioni internazionali, svolge un ruolo centrale come produttore e come snodo tra Nord America e Asia. Tuttavia, l’industria interna soffre di barriere commerciali imposte dagli Stati Uniti, che hanno limitato le esportazioni verso clienti come Google e Meta. Per questo motivo Tokyo valuta di chiedere esenzioni alla Federal Communications Commission americana, una volta completata l’indagine nazionale.
L’attenzione del governo giapponese si concentra anche sulle capacità operative delle imprese nella posa e manutenzione. Attualmente solo KDDI e NTT dispongono di navi dedicate, mentre altre aziende, come NEC, devono ricorrere a contratti di locazione. Acquistare queste imbarcazioni specializzate comporta investimenti di decine di miliardi di yen, e per questo sono allo studio sussidi statali.
Il tema non è nuovo: già nel 2022 l’allora primo ministro Kishida aveva stanziato 440 milioni di dollari per rafforzare le infrastrutture e introdotto l’Economic Security Promotion Act, che ha incluso sussidi per materiali critici. Con la revisione prevista nel 2026, anche la posa e manutenzione dei cavi potrebbe essere classificata come “servizio strategico”.
Sul fronte geopolitico, il Giappone segue la linea statunitense accusando la Cina di installare dispositivi di intercettazione e di voler esercitare controllo sui cavi. Tuttavia, esperti e osservatori avvertono che l’esclusione di Pechino rischia di indebolire la sicurezza globale, rallentando le riparazioni dei cavi danneggiati e politizzando un’infrastruttura essenziale. La Cina, da parte sua, ribadisce l’importanza di mantenere i cavi come patrimonio civile internazionale, opponendosi fermamente alle azioni unilaterali e promettendo di difendere i propri interessi.
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