
Noi di Red Hot Cyber lo diciamo da tempo: affidarsi esclusivamente a infrastrutture critiche gestite da enti statunitensi è un rischio per l’autonomia strategica europea. È anni che sosteniamo la necessità di creare un database europeo indipendente per la gestione delle vulnerabilità informatiche. Ad esempio, la Cina dispone già da tempo di un proprio sistema nazionale, operativo ed efficace, che le consente di mappare e gestire le vulnerabilità senza dipendere da entità esterne.
Ora che il programma CVE rischia il collasso per il mancato rinnovo dei fondi USA, diventa evidente quanto sia urgente costruire un’alternativa sovrana anche per l’Europa. Infatti l’accordo di finanziamento tra il governo degli Stati Uniti e l’organizzazione no-profit MITRE, responsabile del coordinamento del sistema Common Vulnerabilities and Exposures (CVE), terminerà oggi. Si tratta di un evento senza precedenti, che potrebbe compromettere seriamente una delle strutture portanti della sicurezza informatica a livello mondiale.
Da oltre due decenni, il sistema CVE costituisce uno strumento indispensabile per l’identificazione e la gestione delle falle di sicurezza. Il suo funzionamento si basa sull’assegnazione di codici univoci alle vulnerabilità note pubblicamente, offrendo così uno standard globale di riferimento per ricercatori, aziende e istituzioni.
Secondo quanto riferito da Yosry Barsoum, vicepresidente di MITRE e a capo del Center for Securing the Homeland (CSH), i fondi governativi destinati allo sviluppo e alla manutenzione del progetto CVE e di iniziative correlate, tra cui il Common Weakness Enumeration (CWE), non verranno rinnovati.
Barsoum ha lanciato un’allerta in una comunicazione ufficiale al consiglio di amministrazione del CVE, avvisando che un’interruzione del programma potrebbe generare effetti a catena: dai problemi nei database e nei bollettini di vulnerabilità a livello nazionale, fino all’impatto su strumenti di sicurezza, attività di incident response e settori critici dell’infrastruttura tecnologica.
Nonostante lo scenario preoccupante, Barsoum ha precisato che l’esecutivo statunitense continua a investire energie nel sostenere il ruolo centrale di MITRE all’interno del programma. Ha inoltre ribadito la volontà dell’organizzazione di contribuire alla protezione globale contro minacce come terrorismo e cybercrime.
Creato nel 1999 sotto l’egida del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) e dell’agenzia CISA, il progetto CVE viene amministrato da MITRE e rappresenta oggi una colonna portante per la difesa informatica. Nel tentativo di contenere gli effetti di una possibile interruzione, la società VulnCheck, attiva come CVE Numbering Authority (CNA), ha deciso di riservare in anticipo 1.000 identificatori per l’anno 2025.
Anche Tim Peck, esperto in analisi delle minacce presso Securonix, ha espresso forti preoccupazioni: la mancanza di trasparenza nel processo di pubblicazione degli ID CVE rischierebbe di rallentare o impedire la divulgazione tempestiva delle vulnerabilità. Il progetto CWE, ha aggiunto, è essenziale per comprendere e classificare le debolezze nei software: un suo blocco comprometterebbe pratiche di sviluppo sicuro e sistemi di valutazione dei rischi. In sintesi, CVE non è semplicemente un catalogo, ma un punto di riferimento vitale per tutta la cybersecurity, dall’ambito open source a quello istituzionale e aziendale.
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