
“Quando la chiave è ‘Louvre’ – Il furto che insegna come la governance delle password può far vacillare anche i più inviolabili baluardi”
Il 19 ottobre 2025 il Museo del Louvre fu teatro di un furto clamoroso: nella celebre Galerie d’Apollon, una banda entrò attraverso una finestra grazie a un cestello elevatore installato su un camion, rimase all’interno per pochi minuti e scappò con almeno otto gioielli di straordinario valore appartenenti ai gioielli della Corona francese.
In seguito all’evento emerse un dettaglio emblematico per tutti gli operatori di sicurezza: il server di videosorveglianza, secondo quanto riportato dalla stampa, aveva come password… il nome stesso del museo, “LOUVRE”.
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Quando il museo che ospita la Gioconda, che conta milioni di visitatori all’anno e che viene considerato uno dei luoghi simbolo della cultura mondiale, risulta essere forzato in pochi minuti, è chiaro che la falla non è solo dal vetro rotto: è nei processi, nei ruoli, negli automatismi.
La scelta della password “Louvre” segnala una casualità o superficialità inaccettabile: è una stringa prevedibile, facilmente individuabile da chiunque aveva compiuto una ricognizione (OSINT) o da chi avesse accesso minimo ai dati interni. In pratica, l’amministratore di sistema – interno o esterno – ha lasciato la serratura digitale con la chiave più banale.
Gli amministratori di sistema rappresentano il nodo critico nella difesa informatica di ogni organizzazione:
Nel caso del Louvre, risulta evidente che anche se la videosorveglianza “funzionava”, come dichiarato, la governance era insufficiente: anche se una AUDIT risulta in corso, sembrerebbe che il sistema faccia uso di protocolli obsoleti, sistemi sotto-equipaggiati, rischi sottovalutati.
Spesso si parla solo di ‘difesa del perimetro’: muri, vetri blindati, allarmi. Ma come ha dimostrato il furto, i ladri hanno usato un soggetto esterno (la piattaforma elevatrice) e hanno proceduto come fossero tecnici: l’accesso fisico si è combinato con la debolezza logica (password banale).
Analogamente, in un’azienda moderna, l’infrastruttura IT è vittima se la password di backup, del server remoto, del firewall oppure del controller di dominio è banale – anche se il firewall è configurato in modo impeccabile. Una password debole azzera il valore di un perimetro forte.
Alla luce dell’episodio, ecco alcuni pilastri che tutti – musei, istituti finanziari, realtà industriali – dovrebbero integrare nella governance IT:
La vicenda del Louvre ci ricorda che la sicurezza non è solo vetri blindati o telecamere di ultima generazione, ma anche – e forse soprattutto – la correttezza delle credenziali, la gestione degli accessi e la cultura della responsabilità degli amministratori di sistema.
Il furto non è stato reso possibile solo da una finestra rotta, ma da una porta logica spalancata dalla banalità. Se “Louvre” può essere la password del Louvre, cosa potrebbe succedere in un’azienda con password “Company123”, “Admin2025” o “Password1”?
In un mondo dove ogni rete, ogni server, ogni device è un potenziale punto di intrusione, la governance delle password e la protezione degli account tecnici diventano la prima linea di difesa. Non lasciamo che la praticità soverchi la prudenza.
Un amministratore di sistema preparato sa che la password più bella è quella che nessuno indovinerà – e che nessuno dimenticherà di cambiare.
Luca Almici
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