
“Potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e tuttavia ritenermi Re di uno spazio infinito, se non fosse che faccio brutti sogni” potrebbe dire il grande Bardo come commento per l’affaire Musk-Twitter.
Eppure, a pensarci bene, l’impiego di sondaggi era già ampiamente promosso da parte del magnate e quelle che si ritengono regole arbitrarie in quanto proclamate o incarnate dalla persona di Elon Musk non sono nient’altro che una forma – certamente singolare – di Termini e Condizioni d’utilizzo della piattaforma.
Insomma: che siano contenute in policy più o meno esoteriche o ricondotte all’apparente arbitrio di un CEO, l’unica differenza è nel come possono essere percepite o, ancor meglio, accolte da parte del pubblico. Insomma: il gradimento diverge, ma la sostanza è la medesima.
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Non dovrebbe sorprendere infatti che l’ecosistema di un social network preveda a monte l’impostazione di regole di moderazione e filtro dei contenuti, ad esempio, di carattere assolutamente arbitrario.
Dopodiché il monitoraggio e la correzione dei comportamenti dell’utenza si rimette all’esecuzione di software i cui algoritmi sono ben lungi dall’essere trasparenti ma agiscono silenziosi, discreti e dunque nel tempo sono stati accettati come la normalità.
E se viene ricercato l’intervento umano, il Diogene digitale si ritrova a dover percorrere labirintiche procedure ed interagire con bot per rappresentare le proprie ragioni. Molto spesso, la risposta a qualsivoglia contestazione non è altro che un seguito di quanto già è stato deciso in modo automatizzato, snaturando così l’azione umana ad una mera replica.
Insomma: si è passati dal parlare di una liberazione di Twitter, ad un allarme di quanti ritengono oggi la piattaforma in scacco dei capricci del suo acquirente. Sembra una scommessa da 44 miliardi di dollari con la promozione continua di azioni dirompenti: licenziamento dei top manager, rimozione dello staff di moderazione, ricerca di soluzioni automatizzate per l’applicazione delle decisioni riguardanti la restrizione dei contenuti.
E se l’azione di Elon Musk fosse un enorme trolling, una provocazione su tematiche che già da tempo aveva sollevato? Si pensi ad esempio alla mancata trasparenza degli algoritmi non aperti. Eppure, questa non dovrebbe infastidire quanto meno se non ben più di un algoritmo “incarnato” dalle decisioni di un CEO? Eppure, all’apparenza, la prima situazione è più diffusamente accettata e anzi ha portato a ben meno critiche della seconda. E qui c’è una distorsione tanto percettiva quanto culturale.
Infine, è bene chiedersi sempre quale sia la strategia sottesa alle azioni, soprattutto se d’impatto. Si può ritenere che ci sia qualcosa di simile a quella ricerca di ID verification da implementare che era partita dal problema degli account fake, probabilmente. Non sorprenderebbe infatti una promozione di sempre nuove soluzioni tecnologiche per la regolazione dei comportamenti dell’utente andando verso la rimozione di ogni fattore umano nelle decisioni. Insomma: quale luogo migliore per un’applicazione sperimentale di alcune idee di transumanesimo se non le moderne agorà digitali?
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