Red Hot Cyber
Condividi la tua difesa. Incoraggia l'eccellenza. La vera forza della cybersecurity risiede nell'effetto moltiplicatore della conoscenza.
Condividi la tua difesa. Incoraggia l'eccellenza.
La vera forza della cybersecurity risiede
nell'effetto moltiplicatore della conoscenza.
970x20 Itcentric
Enterprise BusinessLog 320x200 1
Responsabilità, etica e zeroday

Responsabilità, etica e zeroday

16 Aprile 2020 20:27

Articolo di: Massimiliano Brolli
Data pubblicazione: 16/04/2020

Quando scoprite una vulnerabilità non documentata – un cosiddetto zeroday – oppure siete un’azienda che produce software e vi viene segnalato un bug, cosa fate?

Siete responsabili? Siete etici?

Il mercato dei bug sta diventando sempre più complesso, connesso a fortissimi interessi economici e caratterizzato da diverse scale di grigio. Seppur esistono delle prassi internazionali (anche in ambito ENISA) che regolano la Coordinated Vulnerability Disclosure, chiamata anche CVD, non sempre la collaborazione tra fornitore e ricercatore di sicurezza porta a un corretto riconoscimento dei bug e, quindi, a un miglioramento generale.

In una situazione di non sempre corretta adozione della CVD, il buonsenso e l’etica diventano allora la strada da seguire, cercando di essere responsabili nelle cose che si fanno, adottando sempre trasparenza e collaborazione.

In questo senso, i termini Responsabilità ed Etica si riferiscono non solo ai ricercatori di bug, ma anche ai fornitori di prodotti hardware e software in quanto una “stretta collaborazione” consente e rinforza la volontà di entrambi di ridurre il rischio per tutte le parti interessate, oltre che per tutti gli utilizzatori di quel prodotto specifico.

Premesso che ancora oggi si discute se sia corretto divulgare le vulnerabilità pubblicamente, oppure tenerle segrete fino alla realizzazione della fix, c’è da dire che spesso si è davanti a mancate risposte dei vendor di prodotto ai ricercatori di bug, cosa che in regime di buon senso è paradossale oltre che controproducente per tutti.

Ecco quindi che il vendor (anche se non ha un programma di Responsible Disclosure o di bug bounty), dovrebbe essere riconoscente al singolo ricercatore che lo informa di una vulnerabilità che lui stesso non ha rilevato sul suo prodotto, cosa che alle volte non accade e che in alcuni casi finisce sui giornali o in cause legali, cosa che abbiamo visto accadere anche a big player quali Google, Apple e Microsoft.

Ma comprendo che il contesto è complicato.

Avere sul National Vulnerability Database (CVN) dei CVE del proprio prodotto può dare fastidio a tutti i produttori, in quanto sta a significare che le cose non siano state fatte “a regola d’arte”.

Ma è anche vero che se quelle vulnerabilità non fossero pubbliche – e se, magari, la weaponization abbia avuto luogo in maniera efficace per poi armare Virus, Rat e Malware di altra natura – la cosa potrebbe finire molto, ma molto peggio.

Occorre quindi sviluppare software sicuro, attivando tutti i corretti programmi di sicurezza; ma siamo grati ai ricercatori che scoprono i bug, perché rendono le nostre applicazioni più sicure e ci aiutano a vedere oltre, arrivando anche dove noi non eravamo riusciti a farlo.

Ti è piaciuto questo articolo? Ne stiamo discutendo nella nostra Community su LinkedIn, Facebook e Instagram. Seguici anche su Google News, per ricevere aggiornamenti quotidiani sulla sicurezza informatica o Scrivici se desideri segnalarci notizie, approfondimenti o contributi da pubblicare.

Massimiliano Brolli 300x300
Responsabile del RED Team e della Cyber Threat Intelligence di una grande azienda di Telecomunicazioni e dei laboratori di sicurezza informatica in ambito 4G/5G. Ha rivestito incarichi manageriali che vanno dal ICT Risk Management all’ingegneria del software alla docenza in master universitari.
Aree di competenza: Bug Hunting, Red Team, Cyber Threat Intelligence, Cyber Warfare e Geopolitica, Divulgazione

Articoli in evidenza

Immagine del sitoCybercrime
Codici QR dannosi: la nuova frontiera del phishing passa dall’HTML
Redazione RHC - 08/01/2026

Sappiamo che i criminal hacker riescono sempre a sorprenderci, e anche questa volta ci stupiscono per le innovazione e i modi che inventano per poter superare gli ostacoli, come i filtri di antispam. I criminali…

Immagine del sitoVulnerabilità
Quando anche i backup diventano un vettore d’attacco: Veeam corregge una RCE critica
Redazione RHC - 08/01/2026

I backup sono generalmente considerati l’ultima linea di difesa, ma questa settimana Veeam ci ha ricordato che i sistemi di backup stessi possono diventare punti di accesso per gli attacchi. L’azienda ha rilasciato aggiornamenti di…

Immagine del sitoDiritti
Algoritmi e crittografia: un conflitto tra sicurezza tecnica e diritti costituzionali
Paolo Galdieri - 08/01/2026

Il presente contributo approfondisce le criticità tecniche e costituzionali della proposta di Regolamento COM/2022/209 CSAR(Child Sexual Abuse Regulation). Questo studio fa seguito all’inquadramento generale già delineato e si concentra sul conflitto tra l’integrità dei sistemi…

Immagine del sitoCybercrime
Quando l’individuazione degli attacchi diventa automatizzata, il rilevamento smette di scalare
Alexander Rogan - 08/01/2026

Per gran parte degli ultimi due decenni, la sicurezza informatica si è fondata su un presupposto fondamentale: le attività malevole possono essere individuate, analizzate e contrastate prima che producano danni significativi. Questo assunto ha modellato…

Immagine del sitoCybercrime
VMware ESXi violato dall’interno: quando l’isolamento delle VM smette di esistere
Redazione RHC - 08/01/2026

Un nuovo report pubblicato dall’Huntress Tactical Response Team documenta un’intrusione estremamente sofisticata individuata nel dicembre 2025, nella quale un attore avanzato è riuscito a compromettere un’infrastruttura VMware ESXi sfruttando una VM escape, ovvero l’evasione da…