
Autore: Stefano Gazzella
Nella serie di Star Trek, il test della Kobayashi Maru consiste in una simulazione di addestramento per valutare le capacità del cadetto di fronte a situazioni in cui non c’è possibilità di vittoria. Insomma: il no-win scenario prima o poi è un’esperienza comune nella vita di un professionista della data protection.
Troppo spesso, infatti, il DPO si ritrova in situazioni di incertezza tali per cui l’aver affrontato tale test sarebbe stato ben più utile rispetto alle narrazioni epiche miste all’abile regia di Quentin Inventino che vengono presentate per nascondere uno stato dell’arte piuttosto desolante, vittima di alcune distorsioni selvagge purtroppo tutt’ora impunite. Scenari ancor più impattanti verso i giovani professionisti che subiscono ancor più i dolori di aspettative deluse.
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È un fatto che la professione e il ruolo di DPO debbano ancora trovare valorizzazione in Italia. E non si sta parlando soltanto del lato dell’offerta di servizi connotato da veri e propri fenomeni di “accumulatori seriali” per centinaia di incarichi, con l’effetto di produrre un dumping dei compensi sin dal 2018, ma anche della domanda.
Basta infatti guardare alla maggior parte dei bandi in ambito pubblico in cui, al di là dell’onnipresente criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, molto spesso vengono inserite condizioni che esulano dai requisiti professionali richiesti dall’art. 37 GDPR e clausole che pongono addirittura il DPO in una posizione di conflitto d’interessi richiedendo allo stesso di svolgere attività quali la redazione di valutazioni d’impatto o difese e memorie in giudizio, ad esempio.
In queste ipotesi saranno le qualità personali citate dalle linee guida WP243 – fra cui rientrano integrità e standard deontologici – a portare verso la scelta di non partecipare alla selezione autoescludendosi.
Sarebbe però un peccato di generalizzazione rappresentare l’intero mercato in questo modo, ma per amor di verità non si può che rilevare quanto meno un certo grado di confusione. Confusione che si riverbera nei newcomers che si approcciano alla professione – sia essa di DPO, Privacy Specialist – diventando delle barriere all’ingresso ma anche nelle organizzazioni che si trovano a dover impostare delle procedure per individuare ed inserire tale figura fondamentale per la compliance GDPR e non sono in grado di predisporre presidi idonei.
Una soluzione prospettabile è certamente una maggiore consapevolezza della funzione del DPO e più in generale maggiore sensibilità circa la tematica della protezione dei dati personali, che però dovrebbe aver principio proprio da quelle istituzioni che fin troppo spesso sono ben lungi dall’adottare comportamenti esemplari. E dunque? Se neanche l’azione informativa del Garante Privacy attraverso le FAQ sul Responsabile della Protezione dei Dati (RPD) in ambito privato e in ambito pubblico è stata sufficiente, purtroppo l’unico rimedio che ci si dovrà attendere sarà l’inevitabile scia di interventi correttivi che – si spera – sapranno meglio orientare l’attenzione delle organizzazioni sul tema. Tempus omnia medetur, insomma. Anche i dolori del giovane DPO.
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